UMBERTO MARRONE

Febbraio 5, 2023

Il primo colloquio con lo psicologo

Il momento del primo colloquio, tra paziente e terapeuta, costituisce un punto di connessione, in cui avviene l’incontro di due anime, di cui una assume un ruolo di maggiore responsabilità nei confronti dell’altra, accogliendola e accompagnandola

Siamo perennemente immersi in una società fatta di movimento, di moto continuo, di vorticosità, di traffico perenne di idee e di connessioni.

Viviamo in un mondo in cui l’intuizione diventa spesso più importante del pensiero.

Quando uno di noi, abitante di questo mondo, decide di fermarsi e di sospendere un po’ questa vorticosità e di varcare la soglia di uno studio di psicoterapia, si sta permettendo un’opportunità importante: quella di contattare se stesso/a, attraverso il contatto con un altro essere umano.

È cambiato nel tempo il mio modo di accogliere chi varca quella soglia, psichica oltre che fisica, che divide l’interno dall’esterno del mio studio.

Il mio sentire, il mio sentimento, fatto di pensieri ed emozioni, sono cambiati nel tempo. E sicuramente continueranno a cambiare.

Ricordo ancora le mie prime esperienze di tirocinio, quando attendevo che un essere umano bussasse alla mia porta di giovane psicologo. In quei momenti sentivo un misto di angoscia, curiosità e desiderio di imparare.

Chi si sarebbe presentato?

Sarei stato in grado di rispondere alla sua domanda di aiuto?

Sarei riuscito ad entrare in contatto con la sua sofferenza o, piuttosto, avrei contribuito ad aumentargliela?

Ma tra tutti gli psicologi, giusto da me doveva venire?

Ok, magari, forse, spero che potrò servirgli un po’ a qualcosa.

Sicuramente ho studiato tanto! Ho fatto molta esperienza!

Non ho sempre fatto lo psicologo, e mi sono cimentato in molti altri lavori ed esperienze di vita, che mi hanno insegnato ad entrare in contatto con altri esseri umani.

E poi porto con me questa capacità sin da quando sono nato! Come ogni altra persona che faccia esperienza di relazione sin dal grembo materno. E anche da prima, in un certo senso.

Quando attendevo nello studio, sapevo già che, chiunque fosse entrato, avrebbe cercato di portare lì dentro, dov’ero io, tutto il suo mondo. Avrebbe lasciato lì qualcosa di sé, con la speranza, il fervore di chi vuole trovare dei modi nuovi per star meglio. E si fa carico di questo grande impegno!

Di solito, prima di un primo colloquio conoscitivo, ho poche informazioni su colui o colei che ha formulato la richiesta.

A volte ci siamo sentiti al telefono, altre per messaggio. In alcune occasioni non abbiamo mai parlato direttamente, ma ho avuto l’opportunità di ascoltare qualche suo caro. O congiunto, come si dice da un po’.

Nome, genere, età (a volte neanche quella in modo preciso), più o meno qual è la richiesta di aiuto, ma non sempre.

Chi entra da quella porta, però, porta lì dentro tutto il suo mondo. Tutto un universo, anzi!

E io sin da allora, ancor oggi, attendo l’orario dell’appuntamento.

Cerco di prendermi uno spazio di stasi prima, di sosta. Di connessione e riflessione, per rimanere un po’ con me. E creare spazio per accogliere.

Ma col tempo, dicevo, questo mio modo è cambiato.

È come se la mia capacità di accogliere si sia ampliata. E continua a farlo. Sono ancora piuttosto giovane come terapeuta, ma sento già una certa differenza rispetto all’inizio. Una maggiore disponibilità mia, capacità di creare uno spazio di relazione con l’altro. Con chi decide di raccontarmi di sé, per poter lavorare, insieme, per provare a cercare dei modi per star meglio.

Quindi la persona arriva. Ci presentiamo, ci stringiamo la mano. Anzi no: c’è ancora il Covid!

Ci sediamo.

Preferisco che le due posizioni non siano poste perfettamente una di fronte all’altra, in modo statico, in un modo che rischi di conferire un senso di affronto, di sfida.

Preferisco che chi mi sta di fronte sia posizionato sì dinanzi a me, ma posto un po’ di lato, leggermente storto. Che le poltrone non siano simmetriche, come a significare una certa libertà di movimentazione, di non fissità.

Quindi, una volta accomodati, solitamente inizio chiedendo: “Chi è –nome della persona-?”.

Questa domanda mi sembra utile per lasciare spazio a un campo di pensiero libero. Per non instradarlo verso territori prestabiliti da me e offrire un’apertura ampia, nella quale sia l’altro/a a scegliere come muoversi, attraverso gli spazi immensi della complessità che lo/a contraddistingue.

In quel momento il suo pensiero può partire, e poi svariare, dove vuole.

Se questa apertura fa un po’ paura, o irrigidisce, allora intervengo io, venendo incontro.   

Cerco di “prendere per mano”, in qualità di persona più esperta dello spazio di terapia.

So che, chi si trova lì, ha già aperto una porta su se stesso/a, attraverso la sola decisione di varcare la soglia di ingresso del mio studio. Ha già scelto di provare a darsi un’opportunità, di tentare una strada nuova, che già sia stata solcata in un altro luogo oppure no.

Alcuni la prendono alla larga, con un bel “Eh”, per cominciare, che forse rappresenta una rottura di alcune aspettative: immagino che non ci si aspetti che uno psicologo possa partire chiedendo “tu chi sei”, seppure, come detto, non sia proprio quella la domanda.

Il nome proprio associato a quella domanda, poi, ha un gran significato. Il nome di una persona porta con sé una scelta, che risale alla sua nascita, o anche a prima di quella. A volte a molto tempo prima di quella!

E la scelta non è stata fatta da lei, ma da uno dei suoi genitori, o forse da entrambi, o forse era già segnata nelle generazioni precedenti.

Il nome proprio porta con sé un desiderio. Il desiderio di genitorialità da parte di coloro che hanno messo al mondo un essere umano, e che in quel nome trovano una sintesi, un simbolo, una parola, che è in grado di identificare e attraverso la quale il figlio/a resterà identificato/a per il resto della vita.

È lì, in quel nome, in quel simbolo, che trovano significazione le tante fasi che hanno portato alla sua nascita. Fatte di piacere e di convivenza, di sacrifici e di separazioni. Di rotture e di ricostruzioni.

Ma al di là di queste elucubrazioni, il nome proprio, è proprio proprio: ossia appartiene a colui o colei che lo porta. Ed è suo. Soltanto suo! E il modo in cui lo stesso nome appartiene a qualcun altro non è il modo in cui gli/le appartiene. A nessun altro in questo mondo. Nel mondo e nella storia.

Quando al nome proprio viene associata la domanda: “Chi è…”, ci si trova di fronte alla proposta di dare una lettura, di provare ad osservare, a verbalizzare ciò di cui si parlerà, insieme, nello spazio della terapia: l’altro/a, che si mi sta di fronte. In questo modo penso di poterlo/a aiutare ad utilizzare una prospettiva un po’ più esterna rispetto a quella a cui è abituato/a nella vita di tutti i giorni, che di solito è più individuale, interna, fatta di dialogo con se stesso/a.

Nel mio studio, invece, e forse per la prima volta, chi mi sta di fronte riceve l’invito di osservarsi in modo diverso. Né troppo esterno, nel senso di immaginare che cosa qualcuno possa dire di lui o di lei, né troppo interno, nel senso sopra descritto.

La dimensione del “Chi è …”, propone la possibilità di fare un passo indietro, ma non troppi. È un invito ad osservarsi, a tradurre l’osservazione interna in un processo di verbalizzazione, che diventi comunicabile con un’altra persona. E io, da parte mia, attento e in ascolto, sono lì per cogliere questa opportunità.

E anche quando sono stanco o quando è stata una giornata pesante (e cerco di fare in modo che non lo sia mai), ce la metto tutta per essere presente lì con chi mi sta di fronte. In quel momento e in quel luogo. Perché la mia mente, la mia storia, la mia professionalità siano lì, messi a disposizione dell’incontro con lui o lei.

E alla fine, dopo aver ascoltato e pensato insieme, avrò pensato anche per mio conto. E grazie a questo, in chiusura del primo incontro, generalmente restituisco qualcosa.

Restituire, nel senso latino di “ricostruire”, di “riconsegnare” in un formato in qualche misura lavorato, ripensato, attraverso la lente della mia mente. E nel rispetto strettissimo del valore della differenza, dell’arricchimento che il solo ascolto dell’altro/a porta a me, nel rispetto della sua sacralità, delle sue scelte e della sua storia, e dopo aver condiviso un po’ le sue preoccupazioni, i suoi interrogativi, le sue sofferenze, come le cose belle che avrà raccontato, darò una mia restituzione, attraverso la mia esperienza professionale e, soprattutto, umana.

Per farlo, cerco di lasciarmi attraversare dai contenuti che sono stati condivisi con me, lasciando che siano in qualche misura lavorati al mio interno. Per poi riemergere, pian piano, secondo tempi adeguati, soprattutto per l’altro/a, ma anche un po’ per me. Altrimenti non saremmo in relazione.

E lì, infine, o anche “di passaggio”, riporterò qualcosa che penso possa essere di aiuto, in quel momento.

Come segno di cambiamento, o proposta di lettura, nuova o smussata; come possibilità di ricongiunzione, o separazione, o elaborazione, o dono.

Un dono reciproco.

Fatto dell’opportunità di condividere quel momento preziosissimo con l’altro/a, fatto dell’incontro tra due anime, tra due mondi.

In cui io ho solo il compito di farmi un po’ di più ascolto, contenitore, strumento di restituzione.

Procedendo poi, passo dopo passo, su una strada che parta da questo punto, è possibile, a volte, se ci si continua a “incontrare”, qui o un po’ più in là, iniziare la psicoterapia!